SCIENZIATI, CITTADINI DEL MONDO
SANDRA SAVAGLIO
La mia esperienza di ricercatore all’estero mi suscita sempre
sentimenti contrastanti. Da una parte sono contenta di aver trovato
la mia dimensione, dall’altra penso a quello che sarebbe stata la mia
carriera se fossi rimasta in Italia. Poi c’e’ anche la nostalgia per
un paese unico e per la gente aperta e generosa. In questo articolo
vorrei fare capire a chi legge i motivi che mi hanno spinto a fare
scienza, e quelli che mi hanno portato a farla in giro per il mondo.
Fare ricerca e’ un mestiere molto eccitante, ma anche faticoso, che
ti assorbe al 200%. Questo perché una volta che entri nel giro, e’
difficile uscirne. E’ una forma di addiction, come l’assuefazione da
droga. Fare ricerca vuol dire essere lì sempre alla caccia di nuove
cose da scoprire, ed essere il primo a farlo diventa l’obbiettivo
principale della tua attività lavorativa. Quando questo succede,
vivi in uno stato di euforia, sei felice e quello che desideri e’ di
gridarlo al resto del mondo, andare in giro per congressi, scrivere
e pubblicare i tuoi risultati, nelle riviste scientifiche più
conosciute. E ancora prima che tutto questo si sia concluso, ti
ritrovi punto e a capo, a pensare al prossimo progetto.
Quando studiavo fisica all’università’ di Cosenza, ad un certo punto
dovevo decidere che indirizzo dare ai miei studi. Come era già
successo in passato, e’ stato un mio professore a decidere la mia
sorte. Pierluigi Veltri, astrofisico, uno dei più bravi fisici che
io abbia mai conosciuto. Lo confesso, nutrivo una smisurata
ammirazione nel suo modo di parlare di fisica. Oggi riesco a
riconoscere che questo mi e’ entrata dentro, per cui la gente mi
dice che so spiegare le cose che studio, in maniera semplice, ma
molto efficace. E’ una bella soddisfazione.
Un concetto che la gente comune in Italia fa fatica a digerire e’ che
la ricerca scientifica si basa sullo scambio di risorse umane, di
esperienze e di mezzi. Quindi se uno scienziato decide di fare
ricerca fuori dal posto dove ha studiato, questa e’ la cosa più
naturale che c’e’. Per formazione e per natura, lo scienziato svolge
il suo lavoro ai confini della conoscenza. Questo e’ il motivo per
cui un centro di ricerca moderno ospita per periodi più o meno
lunghi ricercatori provenienti da diversi paesi. In altre parole, la
scienza non ha nazionalità, gli scienziati sono cittadini del mondo.
In questa ottica, l’Italia, pur essendo un paese moderno, si comporta
in maniera anomala. La gran parte degli scienziati in Italia sono
italiani. Gli scienziati stranieri visitano il paese per vacanza, o
per partecipare a congressi, ma per un ricercatore straniero fare
ricerca in Italia in pianta stabile e’ praticamente impossibile. Le
difficoltà iniziano quando uno fa domanda per un posto di lavoro,
tutto deve essere scritto rigorosamente in lingua italiana. Se uno
non sa l’italiano, meglio andare da un’altra parte.
Nell’altro verso succede esattamente l’opposto. L’Italia perde
definitivamente ogni anno centinaia di scienziati capaci. In genere
approdano negli USA, Canada, Regno Unito, Germania, Olanda. Insomma,
in tutti quei paesi economicamente ricchi e tecnologicamente
avanzati, dove gli stranieri sono ben accetti, e se si danno da fare,
nessuna porta viene chiusa loro in faccia. Gli italiani all’estero
sono presenti in maniera numerosa in tutti questi paesi, e in genere
si fanno valere. Alcuni ritornano, ma la gran parte rimane all’estero.
La mia esperienza e’ stata di questo tipo. Ho passato molto tempo
all’estero e quando ho deciso di tornare (presso l’osservatorio di
Roma), la mia esperienza lavorativa e’ stata così negativa che nel
giro di poco tempo mi sono ritrovata a dover decidere se mollare la
ricerca definitivamente oppure tornare all’estero. Per quanto mi
piaccia il mio paese, la mia vocazione di scienziato ha preso il
sopravvento e così sono emigrata un’altra volta. Prenderebbe troppo
spazio spiegare i dettagli, ma forse vale la pena dire che la mia
decisione di lasciare il paese non e’ stata semplicemente causata
dell’accanimento di alcune persone, che hanno fatto di tutto per
rendermi la vita molto difficile. Quello che mi ha motivato di più
e’ l’aver preso coscienza che in Italia non avrei mai potuto avere
successo a livello internazionale.
Da una parte e’ un problema di mancanza di risorse, dall’altra e’ la
sordità della dirigenza scientifica, dominata da uomini (nel senso
di essere umani di sesso maschile) di una certa età, con poche idee,
ma dotati di una visione limitata del futuro e di un attaccamento al
potere che lascia poco spazio a giovani capaci, specie se donne.
Quindi per essere felice dal punto di vista professionale non potevo
far altro che lasciare il paese.
Come scienziato sono stata fortunate. Le premesse non erano del tutto
favorevoli: sono donna, nata e cresciuta ai confini dell’Europa, con
questo insaziabile desiderio di capire com’e’ fatto l’universo. Tutto
sommato poteva andarmi peggio. Se e’ andata bene a me, allora può
andare bene a chiunque. Per questo quando un giovane mi scrive per
chiedermi consiglio, io dico sempre che vale la pena provare. Spesso
il tono di questi giovani e’ pieno di incertezza, di pessimismo,
perché tutti sanno qual e’ la situazione che bisogna affrontare. Ma
esiste un mondo intero fuori dall’Italia che aspetta di essere
conquistato. Come in tutte le cose, quello che conta e’ seguire i
propri desideri. Poi il resto viene da pse, inclusa la possibilità
di ritornare nella bella Italia.
Sandra SAVAGLIO - 13 Ottobre 2007 - Monaco, Germania
[16.10.2007 - 0 COMMENTI]